Cerchiara nel Settecento: il catasto onciario

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L’antico Stato feudale di Cerchiara, governato già da due secoli dai marchesi Pignatelli, vive decenni di grande trasformazione ed espansione sociale, agricola ed economica. L’agglomerato urbano medievale, costituito dalla Rocca e dal Borgo, è contraddistinto da una fitta serie di case in pietra, dove non mancano al loro interno antichi pozzi d’acqua corrente (!), tra botteghe artigiane, il carcere, il monastero di Padri M. Osservanti, la Santa Casa Ospitalizia, il palazzotto dei Pignatelli e la casa dei suoi ministri. Due Parrocchie, tre mulini ad acqua e due gualchiere (macchina idraulica per la lavorazione dei tessuti): una sita alla Caldana e l’altra nel casale di San Lorenzo B..
Dopo la decrescita demografica della metà del Seicento (causata anche da terribili epidemie), agli inizi del secolo si registra un importante incremento demografico: Cerchiara passa così da 174 a 315 fuochi (un fuoco rappresentava sostanzialmente, in senso molto ampio, un “nucleo familiare”).
Su questo contesto ben si inserisce il Catasto Onciario di Cerchiara del 1752, un minuzioso censimento redatto a scopi fiscali per volontà di re Carlo di Borbone. Un corposo volume – ancora inedito – al cui interno vi è una vera e propria miniera di informazioni non solo sullo stato delle famiglie dell’epoca, ma anche sulle contrade, sulle coltivazioni, sulle attività commerciali, sulle cappellanie, sulle confraternite, sui beni feudali e burgensatici.
Dando un’occhiata alle condizioni economiche e sociali degli abitanti, risalta sicuramente quella relativa all’istruzione, all’apprendistato e al lavoro minorile. Sin da piccoli c’era chi seguiva molto presto il lavoro paterno, come “barrillaro”, “scarparo” o “gualano” o veniva avviato alla carriera monastica o clericale. Ma soprattutto vi era anche chi frequentava la scuola intermedia “d’Umanità” dove si apprendevano le materie umanistiche (italiano, latino, retorica ecc). Il suo ingresso non era riservato, come ci si potrebbe attendere, solo alle classi più agiante, ma anche ai bambini di estrazione sociale più umile.
Un aspetto certo non di poco conto nella Calabria del XVIII secolo!
Ad esempio: Mariano di 12 anni che va a “scuola di Umanità” è figlio di Giovanni del fu Lorenzo Randello, “bracciale” (bracciante). Nella loro casa nei pressi di San Pietro (consistente in “due membri, un sottano l’altro superiore, nel luogo detto “la Contrada di S.to Nicola”) con lui, oltre al padre e alla madre, vi abitano anche i suoi fratelli: Raffaele di anni 17, anch’esso “bracciale” come il padre, Bonifacio novizio in abito clericale di 15 anni, Domenico di 6 anni “figlio fatuo” (ovvero inabile). Con loro, nella stessa casa, oltre alla nonna Giulia Pizzullo di 64 anni, anche gli zii Pietro Randello, anch’egli bracciale, e Dianora Di Pietro e i cuginetti Lorenzo di quattro anni e Francesco di un anno.
Anche i due figli del “bracciale” Giuseppe Santagada, Francesco di 16 anni e Antonio di 7, vanno a “scuola di Umanità”, allo stesso modo, ad esempio, di Onofrio figlio del dottore Francesco Cirolla Galantuomo.
Una società dinamica che favoriva, nonostante i grandi divari di allora, la possibilità di “risalire” la scala sociale, sempre più aperta alle nuove realtà professionali. Un ceto medio nato da umili mestieri tradizionali, capace peraltro di affermarsi e di affiancare (lo si vedrà soprattutto nell’Ottocento) sempre più le nobili casate anche nella gestione di grandi proprietà terriere e attività agricole.

P.F.

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