Cent’anni di notariato cerchiarese: dal 1655 al 1759

Posted on
Signum tabellionis notai di cerchiara

Sei disegni a penna, tracciati fra il 1655 e il 1759 in calce ad altrettanti atti rogati a Cerchiara, restituiscono un uso che ha attraversato più di un millennio di storia del notariato italiano.

Prima dell’invenzione del timbro, ogni notaio garantiva l’autenticità dei propri atti con un disegno personale, il “signum tabellionis”. I sei esemplari qui raccolti, appartenuti a notai che operarono a Cerchiara tra la metà del Seicento e la seconda metà del Settecento, permettono di seguire da vicino come questa pratica antichissima si declinasse, caso per caso, nella mano di ciascun professionista.

Il termine affonda le radici nel diritto romano, dove il “tabellio” era uno scriba pubblico esperto di materie giuridiche, incaricato di redigere atti privati e giudiziali. Nell’alto medioevo, soprattutto in area bizantina, la figura si consolida: al tabellione spetta la stesura e la conservazione degli atti, ma non ancora il potere di autenticarli in piena autonomia, prerogativa che resterà per secoli legata a un’autorità pubblica superiore. È da questo tronco che nasce, tra Sei e Settecento (il periodo qui documentato è ovviamente molto più tardo, ma l’uso si è tramandato pressoché immutato), la figura del notaio come oggi la intendiamo: un pubblico ufficiale capace di conferire fede pubblica ai propri atti con la sola propria autorità.

Il “signum” nasce proprio per rendere visibile, materiale, quell’autorità. Le fonti diplomatiche lo fanno risalire, nella sua forma più antica, alle abbreviazioni corsive con cui gli scribi ravennati del VI secolo sintetizzavano le parole notarius e subscripsi in calce ai papiri: un nodo di lettere che, ripetuto atto dopo atto, si stilizza progressivamente fino a perdere ogni leggibilità immediata e diventare puro segno grafico, un marchio. Nella tradizione successiva il disegno si salda anche al segno di croce che apriva convenzionalmente i documenti medievali, e da lì eredita la posizione, sempre prima della sottoscrizione e spesso un piccolo elemento crociforme alla sommità. Attraverso le forme del documento notarile, la “charta” fino al Duecento, poi l'”instrumentum”, il “signum” accompagna ogni atto pubblico redatto in Italia, e resta, fino all’affermarsi del timbro nel corso dell’Ottocento, l’unico dispositivo grafico capace di certificare che quella pagina fosse davvero uscita dalla mano di quel notaio e non di un falsario.

Signum tabellionis notai di cerchiara

La sua forza stava proprio nell’unicità. A ciascun notaio, all’atto della nomina, veniva riconosciuto un segno proprio, che lo avrebbe accompagnato per l’intera carriera e che nessun collega poteva riutilizzare: un’identità grafica intrasferibile, tanto vincolante quanto la sottoscrizione autografa che seguiva.

I sei esemplari fotografati, pur nella libertà con cui ogni notaio interpretava la propria composizione, condividono un vocabolario formale riconoscibile. Quasi tutti si aprono verso l’alto con un piccolo elemento a croce, eco lontana del segno di invocazione che un tempo apriva i documenti. Al centro, racchiuso in una cornice, compare il monogramma del notaio: le iniziali del nome intrecciate in un nodo grafico che si scioglie, in basso, in uno stelo sottile fino a raggiungere la firma vera e propria, spesso conclusa da uno svolazzo elaborato, un ulteriore tratto personale, quasi impossibile da imitare con esattezza, che funzionava anch’esso da controllo di autenticità.

Dentro questo schema comune, le variazioni sono quelle di sei mani diverse. Il segno di Antonello De Gaudio, il più antico del gruppo (1655), disegna un quadrilobo dai petali arrotondati attorno a una cornice quadrata con l’iniziale del cognome, chiuso in basso da un ampio ricciolo calligrafico. Quello di Leonardo D’Amato (1696) è un rombo dal profilo dentellato, quasi una corona di piccoli petali, che racchiude un monogramma a più lettere e si scioglie in una firma dal tratto sicuro, con uno svolazzo finale particolarmente ampio. Fabio De Franco (1705) preferisce una cornice rettangolare dai bordi mossi, con le iniziali affiancate al centro e, in sommità, un piccolo elemento a forma di tridente al posto della semplice croce. Didamo Paolino (1720) chiude le proprie iniziali in un piccolo losanga interna a una cornice ovale dal bordo a petali. Emilio Stigliano (1749) sceglie invece un impianto più squadrato, un cartiglio rettangolare con una grande “N” incorniciata, circondato da una raggiera di piccoli tratti che imita un sole, e conclude con una firma dal cappio finale particolarmente vistoso. Domenico De Carolis (1759), l’ultimo cronologicamente, torna a una forma vagamente floreale, più libera e meno geometrica delle precedenti, quasi un fiore stilizzato che si apre attorno alle iniziali del suo nome.

Cent’anni di notariato cerchiarese, dal 1655 al 1759, passano dunque anche attraverso questi sei piccoli disegni: non semplici svolazzi calligrafici, ma la firma d’identità di uomini che oggi conosciamo soltanto attraverso gli atti che hanno rogato, e di cui il “signum” resta, in fondo, l’unico tratto davvero personale, l’unica cosa che le loro stesse mani hanno voluto rendere unico e riconoscibile per sempre.

P.F.

Navigazione storie: Articolo Precedente | Articolo Successivo

Condividi