Storia amministrativa e giuridica · 1860
di P.F. ·

1860. Il moto reazionario di Cerchiara e il “tradimento” di quel ministro filosabaudo.
Siamo nel caldissimo agosto del 1860. Garibaldi ha ormai conquistato la Sicilia quasi senza resistenze e si prepara a passare lo Stretto: lo farà nella notte tra il 18 e il 19 agosto, sbarcando a Melito di Porto Salvo.
In Calabria si rincorrono voci concitate e i due fronti, quello favorevole all’azione garibaldina e quello, invece, fedele al governo borbonico si organizzano per offrire il proprio contributo sul campo in giorni così complicati.
La notte tra il 14 e il 15 agosto a Cerchiara un uomo per le vie della Costa viene sorpreso al grido di “VIVA FRANCESCO II, ABBASSO L’ITALIA, ABBASSO LA COSTITUZIONE”. Il giorno dopo un gruppo di giovani uomini, lungo la “strada maestra della piazza”, gridava a più riprese: “VIVA FRANCESCO II, ABBASSO NAPOLEONE, ABBASSO L’ITALIA, ABBASSO GARIBALDI, ABBASSO LA COSTITUZIONE, ABBASSO LA CAMORRA”.
Curioso: la Costituzione contro cui si grida l’aveva concessa lo stesso Francesco II. Con l’Atto sovrano del 25 giugno, tornata in vigore la Costituzione del 1848, il Re aveva anche accordato un’amnistia generale per i reati politici, estesa agli esiliati: a metà luglio i primi esuli liberali erano già rientrati a Napoli. Per i borbonici più intransigenti doveva apparire un controsenso intollerabile: con Garibaldi ormai padrone della Sicilia, il Re riapriva le porte proprio a chi lavorava per la sua caduta. E in Calabria, raccontano le cronache del tempo, i comitati liberali si erano proclamati autorità, mentre chi restava fedele alla dinastia veniva additato come “reazionario”.
“Queste voci, lungi dall’essere impedite, scriverà il sindaco Luciano Caputi il 18 agosto in risposta al Sottintendente del Distretto di Castrovillari, furono invece applaudite ed incoraggiate da questo Regio Giudice (Rizzuti), il quale si mostrò nel soprastante balcone della sua abitazione, e ripetute dall’Usciere d. Francesco Acciardi, che eragli affianco. E tanto bastò perché si continuasse sino alle ore 22”. Anche se a tali avvenimenti partecipò con complicità la Brigata di Gendarmeria di stanza a Cerchiara, presto, anche grazie all’intervento personale dello stesso Caputi, fu ristabilito l’ordine e la calma. Tuttavia questa manifestazione filoborbonica non piacque evidentemente alle istituzioni locali e men che meno a quelle governative. Il 24 agosto fu persino il Direttore del Ministero dell’Interno ad interessarsene per il Ministro chiedendo all’Intendente di Cosenza una dettagliata relazione sui fatti di Cerchiara.
Da queste relazioni sappiamo che la Guardia Nazionale, avvisata d’urgenza, procedette già il 18 agosto alla perquisizione in casa del Giudice. Qui le guardie rinvennero della polvere da sparo di “contrabbando”, una pistola a doppio colpo, un coltello e due bastoni “animati”. Ma soprattutto una lettera in cui il Giudice “progettava una cospirazione reazionaria da sviluppare simultaneamente in più paesi del Distretto”. Elementi che giustificarono l’arresto immediato di Rizzuti.
Tuttavia in quei giorni caldissimi di agosto, dove le autorità borboniche furono pressoché inermi all’avanzata garibaldina (poco più di dieci giorni dopo, il 31 agosto, Garibaldi entra a Cosenza), queste iniziative furono contrastate fortemente dalle stesse autorità napoletane. Sorprenderebbe se non fosse che a capo della Polizia e del Ministero dell’Interno vi era infatti, da poco nominato dallo stesso Francesco II, un vero e proprio maestro di doppiezza: quel don Liborio Romano capace di rassicurare il Re Borbone e al contempo di prendere contatti segreti con Cavour e con Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno ai Savoia. Lo stesso Romano che a fine giugno, per tenere l’ordine a Napoli, aveva arruolato nella polizia i camorristi. Forse non è un caso che a Cerchiara, tra un “abbasso Garibaldi” e un “abbasso l’Italia”, si gridasse anche “abbasso la camorra”. E a cose fatte non perse il posto: Garibaldi, entrato a Napoli, lo confermò ministro dell’Interno, e nel 1861 sedette tra i deputati del primo Parlamento italiano.
Ma il povero ed ingenuo Giudice Regio Rizzuti a Cerchiara certo non poteva proprio immaginarlo…