Ho da poco scoperto questa rarissima immagine che ritrae le orfane di Santa Maria agli inizi del Novecento. Realizzata al santuario, ci illustra molto bene le condizioni delle orfanelle: capelli accuratamente pettinati e raccolti, un’elegante divisa e stivaletti di cuoio realizzati su misura dai calzolai del paese. Tra le mani, ben in mostra, una piccola bambola a ricordarci i loro momenti del gioco e di innocente spensieratezza. A fare da cornice al gruppo tre suore, nel sontuoso e austero abito monacale, le quali avevano il compito di educare le orfane alle buone maniere, alla religione cristiana, ai lavori “donneschi” oltre che alle nozioni scolastiche secondo un rigido programma ministeriale.
A guardar bene tra i volti però nessun sorriso. Nessuna smorfia che possa comunicarci ilarità o contentezza, ovvero quello che certamente ci aspetteremmo in una fotografia di gruppo realizzata oggi.

Tuttavia sin dalla metà dell’Ottocento la fotografia fu contrassegnata da volti austeri e rigorosi. E ciò per motivazioni sia tecniche (i tempi di posa erano molto lunghi e un sorriso favoriva certamente il rischio di un effetto mosso) sia igieniche (evitare di mettere in mostra dentature precarie e incomplete) sia per questioni, che potremmo definire, etiche. Analogamente ai ritratti nella pittura, anche per la fotografia il sorriso era associato perlopiù all’effimero, alla dissolutezza, al diabolico. Persino secondo il grande scrittore umoristico Mark Twain (1836-1910): «Una fotografia è un documento importante, e non c’è niente di peggio che lasciare ai posteri uno sciocco, stupido sorriso catturato e fissato per sempre».
Sorridere avrebbe peraltro rappresentato un’immagine poco consona ad un orfanotrofio, inaccettabile per chi voleva comunicare ai devoti la reputazione dell’ente. Specie poi in una fotografia ufficiale che aveva anche uno scopo “promozionale”: rappresentare concretamente l’opera meritoria dell’orfanatrofio in un contesto certamente difficile tra ristrettezze, miseria e abbandono minorile.
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