Quella cupola (troppo) ambiziosa.

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Cerchiara di Calabria, anni Cinquanta del Novecento: la prima cupola della chiesa di San Giacomo in fase di costruzione con il palazzo Adduci, foto A. Siciliani

Il terremoto che devastò Reggio e Messina nel dicembre 1908 (che seguì a quello già disastroso del 1905) creò gravi danni anche a Cerchiara. Furono lesionate entrambe le chiese di San Pietro e San Giacomo (evidentemente già malmesse, visto che in una relazione del 1847 venivano definite fatiscenti e bisognose di urgenti e straordinari lavori). Mentre per San Pietro fu la lunga e decisa opera di don Vincenzo Zito a favorire la ricostruzione del campanile e la ristrutturazione di gran parte della chiesa negli anni Trenta, per San Giacomo bisognerà attendere la metà del secolo.

A farsene carico sarà il castrovillarese don Domenico Di Vasto già al principio degli anni Quaranta, in una Italia impoverita e profondamente debilitata dal secondo conflitto mondiale. Con la visita dell’incaricato del Genio Civile, cui farà seguito, nel 1950, lo stanziamento del Ministero dei Lavori Pubblici di quasi 3 milioni di lire (solo la metà della somma necessaria per i lavori), Di Vasto inizierà una faticosa ricerca di fondi, sollecitando per anni la benevolenza di enti pubblici ed ecclesiastici. Anche grazie ad una cospicua, iniziale, donazione da parte degli emigrati cerchiaresi in America, il primo settembre dello stesso anno si potrà dare principio ai primi lavori (dopo “9 anni di stenti e sacrifici”). Scriverà infatti nel suo diario: “grande è l’entusiasmo suscitatosi nel popolo, nei grandi, nei vecchi, nei giovani e persino nei bambini che lavorano relativamente più degli adulti nel dare offerte, nel trasportare i materiali occorrenti alla ricostruzione: mattoni, arena, ghiaietta, legname ecc.…”.

Cerchiara di Calabria, anni Cinquanta del Novecento: la prima cupola della chiesa di San Giacomo in fase di costruzione con il palazzo Adduci, foto A. Siciliani
Nella preziosa foto di A. Siciliani: la prima, maestosa, cupola in fase di costruzione e, a lato, il palazzo Adduci da cui si scorge, poco dietro, parte del palazzo Bruni (demolito qualche decennio fa)

Sono giorni e settimane concitate, vi sono scadenze da rispettare, cambiali da saldare, lavori da terminare e, soprattutto, una grande cupola da realizzare. L’aspettativa è enorme visto anche che la chiesa di S. Giacomo è praticamente inagibile e da tempo tutte le funzioni si tengono nella chiesa di S. Antonio da Padova.

Tutto sembra procedere ma il tardo pomeriggio del 17 maggio del 1955, intorno alle 18, “una grande sciagura ha colpito la parrocchia: si era giunti verso la fine della demolizione della chiesa di S. Giacomo, quando d’un tratto un pezzo enorme di cemento di ferrotrave, il quale cadendo sopra l’impalcatura la fa crollare rumorosamente seppellendo sotto le macerie due operai mentre altri due operai restavano sospesi in alto. Al rumore spaventoso ed alle grida degli operai malcapitati corse sul luogo del disastro una folla numerosa di gente, tutta in preda di un grande panico, la quale si diede da fare per recare loro aiuto. Furono tratti fuori dalle macerie i due operai seppelliti… e portati dai due medici dott. Francescantonio Santagada e dott. Francesco Castellano, per i primi soccorsi d’urgenza” (Bonifacio, uno dei due operai sepolti, purtroppo pochi giorni dopo morirà a causa delle lesioni interne provocate dal crollo).

I lavori hanno così una inevitabile battuta di arresto e ci vorranno ancora diversi anni per poter inaugurare la “nuova” chiesa di San Giacomo come sostanzialmente la conosciamo oggi: una nuova cupola (ben diversa, e molto meno ambiziosa rispetto ai progetti iniziali), un nuovo campanile e i suoi “moderni” arredi e altari in marmo e cemento.

P.F.

Si veda anche: Caramelle per il restauro di San Giacomo 

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