Quando la ‘libertà’ distrusse il bosco del monte Sellaro…

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Il Monte Sellaro e il bosco della Sellata visti da Cerchiara di Calabria, con il campanile della chiesa in primo piano

Il 6 maggio 1829, a Cerchiara, la guardia generale del Circondario forestale di Cassano, Domenico Cesarini, descrive la condizione del bosco del Monte Sellaro (la “Sellata”), trecento “moggia” (circa 100 ettari) sul fianco orientale, proprio di fronte al paese al di là della Gravina. Un tempo, scrive, quella montagna era «assai popolata di alberi». Poi indica come spartiacque una data precisa: il 1806.

Non è un anno qualunque. Il 2 agosto 1806 una legge napoleonica aveva abolito dopo secoli la feudalità, per gli uomini fu una liberazione, la fine di un mondo di giurisdizioni, di privative e di servitù. Per il monte Sellaro e la sua “Serra” fu un’altra cosa. Quella montagna apparteneva ancora al mondo vigilato del feudo, dei Pignatelli marchesi di Cerchiara, dove il bosco riservato, la “difesa”, era l’antico istituto con cui il barone, spesso con la forza, sottraeva le selve all’uso libero dei cittadini. Estinto il feudo nel 1806, caduta anche quella vigilanza, il bosco passa al Comune e al demanio, e gli usi di pascolo e di legnatico. Finalmente liberi, in pochi anni il bosco viene divorato a colpi di scure e con il pascolo libero.

È il paradosso che si annida in fondo a molte liberazioni. Lo stesso vincolo che opprimeva gli uomini proteggeva gli alberi. Tolti i vincoli imposti dai Pignatelli, viene impoverito e assediato anche il “bene comune”.

Da quel vuoto nasce però qualcosa di nuovo e per il suo tempo rivoluzionario. Per governare le terre che l’eversione feudale aveva riversato nel demanio e nei Comuni, lo Stato borbonico crea, con la legge del 1819 e, soprattutto, con quella di Francesco I del 21 agosto 1826, una delle più compiute amministrazioni forestali dell’Italia preunitaria: ben centottantasei articoli, una gerarchia tecnica di ispettori e guardie, l’obbligo di misurare ogni selva, e una cultura nuova: la scienza forestale. La si sente nelle parole stesse di Cesarini, che difende la Sellata non solo per la legna e il pascolo, ma perché il bosco «corregge la rigidezza dell’atmosfera nel tempo di inverno: rende l’aria fresca nel tempo estivo; la purifica con l’assorbimento del gas carbonico, e la rende salutifera con l’ossigeno, che gli alberi tramandano» (!): il sorprendente lessico della chimica nuova e di una nuova visione di tutela di una guardia di montagna, nell’estrema periferia del Regno delle Due Sicilie.

E qui accade la cosa più sottile. La parola difesa non scompare, cambia senso. Non è più la chiusura del barone contro i propri sudditi, ma la riserva dello Stato contro l’eccessivo sfruttamento. Cesarini propone di «mettere in difesa» la Sellata per sei anni. A Napoli, nella seduta del 4 giugno 1829, il Consiglio Forestale va oltre: vieta del tutto il pascolo, ordina di tagliare rasoterra i virgulti già rosicchiati, e dichiara la montagna in “stretta difesa”.

Restano oggi questi due fascicoli, come il Monte Sellaro è ancora lì, con i suoi ilici, cerri, querce e cipressi: a ricordare in piccolo il prezzo di una libertà e la fatica lenta di un Regno che, persa la “difesa” dei baroni, doveva imparare a inventarsi quella di tutti…

P.F.

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